ora e mai piu'.

13 novembre
0Commenti

Pornografia.

Pornografia.

Guardo sui giornali le foto di quella facciona sorridente attraverso gli anni, e della maschera gonfia e patetica che è diventata: provo tristezza e compassione, la malinconia sa contagiare quelli che la sanno provare. Io ricordo una vita di persone vicine o lontane ma legate, nessuna età dell’oro ma spazio per la dignità, un paese ad altezza d’uomo.

C’è chi dice che qualcosa è finito, chi dice che è finito tutto: io guardo negli occhi qualcuno che ha lavorato 40 anni e ora non può ritirare la liquidazione di una vita, come se non ne avesse più diritto. Guardo negli occhi amici laureati da anni che non credono più nel lavoro che sognavano di fare, e non credono che questo possa cambiare perchè, cosa peggiore di tutte, non credono negli altri: conto milioni di ragazzi nati e cresciuti in un paese pornografico, che non hanno senso critico, e non sono educati al pensiero libero. Vivo una realtà nella quale i fuorilegge fanno leggi, i clandestini hanno il diritto di voto e gli immigrati che lavorano vengono chiusi in galera o in prefabbricati.

Pompei che crolla, il Colosseo che scricchiola. Mi fa male anche un pò la testa.

Tanti di noi potrebbero diventare ricchi senza fare quello che fanno questi vermi. Tanti potrebbero essere potenti, temuti e rispettati pensando ai deboli, crescendo in modo più armonioso: la malattia di qualcuno non è quella di tutti, ma lascia tracce. La nottata è appena iniziata, e non conosce ricreazione: se vogliamo andare dall’altra parte dobbiamo sapere che al mattino non è il sole quello che vediamo, ma un pezzo di città. Dobbiamo sapere che se non abbiamo voglia di costruire le cose con le nostre mani, nessuno di noi potrà fare cose migliori quando dovrà rappresentarci, guidarci: il Presidente dei maiali non sarà mai un Angelo.

Poi parlo con te, e sorridiamo insieme facendo programmi: ti tocco la mano per scaldarla, tu parli in modo strano e io ti bacio tra il naso e l’occhio.

La luce è intermittente, e so ancora riconoscerla: il mondo è quello che è ma tu non ci pensare che lui non pensa a te.

26 ottobre
0Commenti

Il mattino ha l’oro in bocca

Sono capsule schifose.
26 ottobre
0Commenti

Istante.

Istante.

Succede che guardo Antonio, e a volte dimentico che a 24 anni ha imparato da un pezzo ad allacciarsi le scarpe da solo: lo vedo muoversi, scegliere, sudare per realizzare. Lo vedo al sicuro, nonostante tutto. Probabilmente mi sentivo così anch’io quando misi quella giacca nera, a fine primavera di 11 anni fa: ho buttato quella giacca solo la settimana scorsa, era quella che ho messo il giorno che andai da un notaio, e in quella occasione ti ho conosciuta.

Molto mi è rimasto di quel pomeriggio inconsueto, in una stanza antica che aveva l’aria dei posti dove il prestigio di chi decide si accompagna alla tranquillità. Non ho mai risposto alle domande che mi faccio davanti ad uno scrittoio classico, ad una credenza piena di codici, ad uno champagne millesimato: mi piace o no? Vorrei vivere tra quelle cose o no? Le ipotesi sono tante, e se potessi scommetterei io stesso sulla risposta, che un giorno o l’altro forse verrà fuori. Potrebbe essere soggezione, o pronunciato gusto estetico. Potrebbe essere più soggezione, alla fine.

Quel giorno ad ogni modo avevo tutti i paramenti: davanti a me c’era una coppia ansiosa di dare una bella impressione, prossima al matrimonio, che aveva scelto di abitare in casa mia. Le conversazioni per compiacere qualcuno vivono in costante ricerca di qualche punto di contatto: come stai, di dove sei, hai figli o fratelli, a che squadra tieni, qualcosa si trova sempre. Mi ricordo che finimmo per parlare dei cani: io avevo appena preso un bel pastore tedesco, tu eri fiera padrona di una mamma e di una figlioletta, due piccole meticcie nere che poi per tanti anni mi avrebbero fracassato i timpani: è difficile stabilire una relazione con me, non lo nego.

Via da quella stanza e da qualche settimana, tempo dopo ho inchiodato i battiscopa del posto dove avresti abitato. Antonio oggi dipinge la sua casa di arancione, io avevo gusti legati alla necessità e non feci che dannarmi tra decine di traversine in legno di ciliegio, difficili da fissare e facili a rompersi: ce ne saremmo accorti negli anni a venire, le tue difficoltà a togliere la polvere a causa del legno sfasato sarebbero state un pò come le mie difficoltà a prendere sonno a causa dell’abbaiare. Spesso mettiamo un disco e lo sentiamo già cantare in testa prima che parta: poi la musica va, e va per conto suo.

Qual’è la vita vera? Perchè seminiamo qualcosa, cosa ci aspettiamo dalle nostre azioni? Mia madre tende a dire che non c’è nulla da chiedere. Mio padre ha un suo pensiero magico. Io, la loro perfetta somma aritmetica (a cui vanno sottratte le cose migliori di ciascuno) sono un’altalena tra chi sa che prima o poi tutto si compromette, e chi crede che quella pallottola non ti colpirà: basta non guardare la pistola.

Oggi penso in ordine sparso alle tue cagnoline bruttine e nervose alle quali hai dato amore sconfinato e ricambiato, a quelle che avevi e a quelle che sono rimaste oggi. Al mio matrimonio. A tuo figlio partito per l’Australia e alle sue telefonate, alla tua vita fatta di scelte giuste e sbagliate e di piccole soddisfazioni, come la vita di tutti. Al figlio che vorrei adesso, del quale ho un misterioso bisogno. Alla gente finita sotto terra. Mi chiedo dov’è il bossolo di quel proiettile che ho visto passarmi accanto tante volte, fingendo che non potesse mai frustarmi. Quanto stupore durante gli anni ho provato a vederlo infrangersi sulle persone che amo, colpirle senza apparente cattiveria e senza distinzione: ogni volta che mi sveglio da un sogno trovo la notte tutta intorno a ricordarmelo. I miei occhi che allora sì, vogliono vedere, restano a guardare un piatto nero.

E ora cos’altro c’è? Tutto quello che so di questi giorni è che una casa può essere molto più vuota di un cuore. Che morire non è come partire, perchè chi muore non ha il tempo di salutare. Che la vita è proprio una pallottola, e riusciamo a guardarla solo quando finisce a destinazione da qualche parte, ma non ci mettiamo mai nella linea di tiro.Che quando siamo in pena per gli altri, alla fine siamo in pena per noi: piangiamo sempre per noi, e questo è il modo più vero di amare, perchè tu sei me, tutti siamo una sola cosa. Che il nostro corpo è un pianeta inadatto ad ospitare la vita, è fatto male e non riesce a proteggerla bene, nè a trattenerla a lungo: quando trabocca, noi non ci siamo più e la vita si versa fuori, chissà dove. Che quando pensiamo al volo di una farfalla e alla sua vita che dura un solo istante, siamo patetici e illusi ignorando che la nostra vita, la vera vita di ognuno, dura meno di quell’ istante, e meno del più piccolo fra gli istanti.Che se bastasse tenere la luce accesa per non avere i ladri in casa, porterei io stesso candele in casa di tutti: non ce la faccio, non sempre ho potuto.

Su qualche mio scaffale metterò la foto che non ti ho scattato questa Estate: tornavo lì per la prima volta dopo mesi, e rivedere i miei cani fu un pò come ricominciare ad abbracciare quei genitori dai quali mi ero allontanato, in attesa che tornassero dalle ferie e da tante riflessioni. Temevo di trovare i miei piccoli magri e depressi, nervosi per la lontananza dei padroni: mi si pararono davanti due pirati agitati e corsari in un giardino pieno di piccole attenzioni, un boccone ogni tanto, perfino qualche vizio. Amavi molto gli animali, eri una persona gentile: la tua gentilezza sarà un pezzo della tua vita che vive anche nella mia.

Un bacio.

17 giugno
2Commenti

Un tempo

Un tempo

Liberati dalla seta tesa e dai rimpianti, i miei polsi cadranno lentamente sui fianchi mentre il mio corpo girerà sull’asse e farà un sorriso alla volta del cielo: a ritroso, dalla terra all’orizzonte,  per perdere i riferimenti al punto che perfino i miei pensieri non sapranno cosa urtare.

Lascerò ai paesi blu lungo la notte una porta per entrare nei miei occhi e alla tristezza un sacco pieno di parole inutili da portare via, pieno di amori visti morire senza una possibilità: piccole luci alle finestre che filano via tanto veloci da non lasciarti fiato, e se verrai con me al volo di quest’aria del finestrino io ti mostrerò come si vive senza respirare, parando i colpi prima di combattere, saltando ostacoli da fermi come se il destino fosse un filo di stagno senza estremità.

In un’altra vita ero un Mago incapace, e ho portato con me in questa una cassa di trucchi che non riescono più, perchè ho dimenticato l’uso delle mani e delle mie illusioni. Oggi sono l’estremo viaggiatore che si chiede ogni tanto come si chiama una canzone, che ascolta e ripete parole d’amore, e dà il tuo nome a tutte le persone che si trovano nel mondo.

So che a quest’ora dormi perchè poggio l’orecchio ai tuoi sogni e li sento respirare più lentamente: un tempo avrai realizzato la metà di loro, ed io avrò la toppa e tu la chiave, e gireremo in senso orario tutte le cose difficili da fare per trovare un senso e raccontarlo a chi non ha ancora imparato a capirlo e a camminare.

Un giorno notti come questa saranno ciliegie del campo da fare a metà.

Un giorno nemmeno esisterà, la notte.

01 giugno
0Commenti

Tutte le cose che sei

Tutte le cose che sei

L’ultimo saluto fatto al mare il pomeriggio prima di tornare e pure i tuoi occhi, serene lanterne che abbracciano i miei. La tua fronte, dimora e punto di partenza di ogni dolcissima dimenticanza e dei miei baci.

La nostra domenica di metà Maggio, i gabbiani sfiorati  e il primo tempo passato a dividere la nostra voce dal destino del mondo. Il tuo modo di ridere, sommesso e delicato, e il silenzio che arriva in punta di piedi dopo una risata: la prova più tangibile che la felicità può durare molto più di un solo istante.

I nostri discorsi, ripassati in padella nell’aria rappresa dei giorni medi e difficili, in grado di aprirsi improvvisamente ad un abbraccio, ad una linea tangente, ad una prospettiva: il cuore che sento battere nel tuo petto, custode silenzioso di tutte le cose che sei e che mi appartengono come te.

L’amore non è un sentimento, ma un paese strano che si vorrebbe sempre pieno di persone: a volte sembrano tutte via, partite per chissà dove, altre volte le strade sono invase e non puoi fare un metro senza abbracciare qualcuno. Al centro di questa terra, ad ogni modo, è la mia piccola casa:  su questo divano bianco, istante numero uno, il ragazzo che scrive sono io.

Più al centro ancora, se faccio un puntino di penna nella mia anima, puoi vederti da sola mentre muovi la mia vita, e le stelle del mio cielo, e l’aria che respiro: niente di me ti è lontano, tu sei per me l’infinita meta.

14 maggio
1Commento

Le carezze

Le carezze

Vado per il mondo in un eterno giorno del ringraziamento ma non so chi ringraziare, mi guardo le mani graffiate dai mobili e le vedo cercare nell’aria del pomeriggio, parlare attraverso piccoli sussulti: sono davvero solo, sto reggendo un peso più grande di me.

Perchè la vita scorre sempre dall’altro lato della porta? Poggio l’orecchio in silenzio perchè non si accorga che sto origliando, e sento passare i giorni rumorosi di una primavera a serramanico che va e viene, paesi in guerra e testimoni scomodi, gente che muore, si perde, ritorna: e io di qua a figurarmi le tracce di nazioni nuove, la forma del mio cuore che rotola via, gli occhi di quando ho avuto 7 anni, le carezze di mia madre..

…tutto ha preso l’aria di un bluff.

La mia lista della spesa galleggia sul fondo dell’oceano, e molti miei pensieri sono repliche già viste. Potrei doppiarmi da solo, stingere i fotogrammi e cambiare nome, finire in un cortile a mettere in fila sassi, lavare le bietole, continuare a piangere fino al ventuno di giugno, e dopo l’Estate asciugarmi gli occhi, puntare il dito alla prima stella della prima sera, desiderare di essere nato lì, di essere vissuto lì, di piegarmi come un origami, diventare un cigno di carta e volare lì.

Desiderare di tornare lì.

Desiderarlo, con tutte le mie forze.

26 aprile
0Commenti

Uno solo

Uno solo

Così mi muovo tra il silenzio e il suono delle tue parole, indifferente all’indifferenza: so che a nessuno importa quello che c’è nella tua anima se non lasci che veda e ascolti. Io ogni volta che viro la radio a cercarla riesco a prenderla nel sussurro tra le stazioni, e nei passaggi tra le ore del giorno, e quando sollevo le mani dal pianoforte nell’istante in cui stanno per ricadere giù, poi mi arrivano le emozioni e lei è già andata via.

Se dovessi scoprire che non sto indossando una sola persona ma lì fuori sono in tante, come mi comporterei? E’ triste immaginare una folla di cuori cui manca sempre un quarto per arrivare al piano più alto dello scaffale: io verrò un giorno là fuori a liberare i ricordi e a buttare tutte queste immagini che non mi piacciono mai, tutte queste foto nelle quali non vengo mai bene, poi se passi di qui ti spiegherò perchè con te sono sempre riuscito a sentirmi uno solo, e questa è una cosa che mi ha fatto meraviglia e gioia.

E’ per la Primavera?

Uh. Forse è per il pomeriggio che mi pesa sul petto e m’immalinconisce, così la fine della storia è la sera che viene a prendermi per il culo, a dirmi che sono troppo malinconico per essere uno che abita in una conchiglia di legno: sfiorala col dorso della mano, mi dice, senti quanto è piena di vene e di sensazioni perse, qua e là qualche crepa, rintocca di notte quando si posano i nervi, lasciala perdere, lasciala perdere e chiudi gli occhi.

Anche oggi ho cercato di salvarmi la vita: niente da fare, ma appena posso ci riprovo.

08 aprile
0Commenti

Il Vento.

Il Vento.

Nel posto in cui viveva, il vento soffiava all’infinito. D’Inverno tagliava le strade portando spruzzi di piccola neve e spuma di mare, cristalli che volavano a schiantarsi sul primo sole di Marzo: d’Estate diventava un mare caldo che portava promesse, le disattendeva, tradiva e tornava a gelare. Non era il vento che conosci tu, quello che ti coglie di sorpesa e scuote i segnali stradali, e si porta per aria vecchi giornali e scatole di cartone. Era un altro vento, che soffiava sempre uguale.

Lui non aveva vissuto sempre lì: nella sua vecchia città leggeva ogni tanto di uragani sulla costa e si chiedeva se un giorno avrebbero saputo chiudere tutta quella forza in un bicchiere, come una mosca in prigione. Come è fatto l’occhio di un ciclone? Avrebbe voluto sedersi proprio lì nel mezzo, ubbidire alle leggi del momento, vedersi soffiare nel cielo, fermarsi leggero alle finestre, attraversare il vetro rotto d’un rosone e volare in mezzo ad una Cattedrale.

Qualche anno prima, in paese arrivò un gruppo di ricercatori da una grande Università: volevano capire perchè il vento lì era diverso da quello che c’era nel resto del mondo. E’ un fenomeno unico, dicevano. Per settimane misurarono velocità, temperatura, forza: lasciarono che soffiasse tra i loro capelli, che gonfiasse le bandiere. Scattarono foto di ogni tipo che non mostravano nulla. Sparirono per lo stesso motivo che li aveva fatti arrivare: non c’è niente laggiù, riferirono ai loro Professori, solo un sacco di vento.

Un giorno, stanco e arrabbiato, lui decise di fermarlo. Un’idea assura, gli dissero gli amici: non puoi fermare l’aria che soffia, sarebbe come voler fermare i raggi del sole. Il vento è un segno di Dio.

Forse avete ragione voi, disse, ma qui è diverso da ogni altro posto: se capisco perchè, potrei riuscire a fermarlo. Ho vissuto in posti nei quali il vento non era inevitabile, soffiava solo ogni tanto, o cambiava di giorno in giorno.

Un mattino iniziò a camminare controvento, e l’avrebbe fatto finchè non fosse arrivato alla fonte di tutto: per tre giorni andò dritto nella sua direzione, senza fermarsi mai. Andò via dal Paese, e attraversò campagne, colline, argini di fiume: ogni giorno camminare era più faticoso, e dopo un pò riuscì ad avanzare solo con molta lentezza.

Non si arrese. Fu portato via.

Era la terza notte, e accadde tutto molto velocemente: un soffio più forte gli frustò gli occhi, le sue scarpe persero il contatto con la terra e il suo corpo volò alla deriva: il vento strappò una parte dei suoi abiti e lui iniziò a lottare disperatamente fino alla fine. Poi tutto piombò nel buio.

Al suo risveglio scoprì due cose: non vedeva più, e il vento aveva smesso di soffiare.

Nella quiete improvvisa si fece strada il suono di una piccola, anziana signora: era la voce di sua nonna. E così sei tornato, gli disse.

- Si, sono tornato, rispose con un filo di voce. Cosa è successo al Paese?
E’ Fermo, disse lei. Non si muove nulla.

Lui non stava più nella pelle.
- Allora l’ho fermato, ho fermato il vento: non è bellissimo?

Non si muove nulla, ripetè sua nonna. Nulla.

- Perchè dici così? Che significa?
Significa che non c’è più nessuno. Sono andati tutti via dopo averti visto.

Lui non riuscì a trattenere le lacrime: il suono dei suoi singhiozzi rompeva il silenzio di quella mattinata, sembrava un insulto alla vita.

- Via? Dove?

La minuscola, bianca balia iniziò allora a ridere e ad accarezzare le guance e le lacrime di suo nipote, leggera e piena d’amore e di serenità. Non piangere più, ragazzo mio: sii fiero. Dopo averti visto, sono andati tutti a cercare il vento.

21 marzo
1Commento

Un Giorno

Un Giorno

Un giorno so che finiranno tutte le stelle, e tutte le parole d’amore.

I nostri occhi saranno intrappolati in vite lontane da noi, e cercheremo aria come adesso, fantasia come adesso, e tutte le ragioni irragionevoli che non ci basteranno mai. La bellezza è una tragedia che sa vestirsi per le feste, e assomiglia alla Primavera: ci fa volare a piedi uniti, le mani nelle mani, come angeli impazziti corridori, e disperati.

Hai costruito le mie ali senza muoverti, e pompato il tuo sangue nel mio cuore forse nemmeno accorgendoti: qual è mai la realtà di un sentimento, la sua verità? Niente può renderlo meno vero, non basta un’esistenza a giustificare una passione, non la conoscenza, non la frequenza, è un’onda misteriosa che muove i nostri fili, e se noi li spezziamo precipitiamo giù.

Vorrei amarti per sempre, conoscere i passi che il tuo cuore ha fatto prima di lasciarsi camminare: essere nel tuo primo bacio, essere nel tuo primo giorno di scuola, e tra le lacrime della tua prima delusione, a tirarti per un braccio, a sollevarti in piedi, a pulire le tue ferite, a stringerti le spalle, a dirti sempre quanto sei bella e quanto è bella la tua confusione, a dirti quanto sei grande e quanto sei importante per me.

Essere una sola cosa con te e non incontrarti mai, averti sempre accanto e aspettare sempre di vederti la prima volta.

Sarò capace di pensare a te fino alla fine, di disegnare il limite delle tue labbra ad occhi chiusi: sarà come percorrere una spiaggia nell’attimo prima della luna, prepararsi all’incontro tra il mare d’inchiostro e la luce, e molto più di questo.

Saperti dire quanto.

Un pazzo miracolo.

Un giorno finiranno tutte le stelle, e tutte le parole d’amore, e sarà molto presto se solo mi sorriderai.

25 gennaio
0Commenti

La notte di Semola

La notte di Semola

Stanotte ti manca un pò di terra sotto i piedi, piccolo Semola. Il tempo ti pare un pò più tiranno che negli altri giorni: è una delle prime volte in cui ti rendi conto che fermarsi dopo una corsa può metterti il fiatone, ma può farti guardare meglio le cose che ti stanno intorno.

Che posso dirti di questo mondo? Torno da fuori e non è un bel camminare: il vento ha fatto fuori dalla strada molti sogni brillanti. La gente è triste. Io pure sto un pò così: ho visto che solo chi ha vent’anni può farti capire che tu non li hai più. Passiamo metà della nostra vita a voler essere più grandi, e l’altra metà a voler tornare più piccoli, ma l’incantesimo non riesce mai: perchè, vedi, la novità più grande è che Merlino non esiste.

Alla fine viene un momento in cui qualcuno ti dà del Lei e tu vai allo specchio a controllare, e lo specchio non parla come nelle favole, ma tu capisci tutto.

Non ho più vent’anni, ma sono felice che li abbia tu: oggi sto dove vorrei stare, è bello averti sentito al telefono. Se tornassi indietro al momento che tu stai vivendo adesso, in questo stesso istante avrei gli occhi aperti nel buio e non saprei cosa aspettarmi: però saprei che abbiamo una voce, e un senso, e un posto nell’Universo segnato con un piccolo puntino. Niente paura.

Adesso tu sei qui. Domani sarai qui. Sei qui da prima di prima, sarai qui anche dopo. Quello che conta in tutta questa giostra sei TU.

Non ti aspetta nulla, hai già tutto: il domani, il futuro, la tua vita. Sei una Rosa che porta infinite cose, sei destinato a crescere e fiorire in tutti i mondi, con infinito amore, infinita bellezza.

Domattina avrai le mani un pò fredde, e la testa piena di acqua minerale: la memoria ti lascerà perdere e tu avrai paura di non ritrovare più nulla. Poi un tempo interminabile, e il cuore leggero, forse un poco mal di testa quando tornerai a casa: ti guarderò negli occhi appena posso, e tu vedrai qualcuno che ti vuole bene.

Forza, Principe. Andiamo a prenderci il primo pezzo della spada!