Inter nos (autopsia)

Mi viene da piangere a forza di soffocare sbadigli. Ho gli occhi lucidi. Sonno? Sembra più un collasso. Non ce n’è più. Ho dormito poco e male. Ho fatto i soliti sogni. Quali sogni? Sogno di perdermi. Di non arrivare. Stanotte ero in bicicletta e salivo per strade che sembravano tornanti in città. Dovevo districarmi tra le auto e cercare di ricordare la strada per chissà dove. Sarei arrivato tardi. Non sarei riuscito a tornare indietro. Le solite cose. Non avevo nessuno a cui chiedere aiuto, perché ero senza telefono. Questo è vero. Non sono senza, in realtà. Ho un telefono vecchio perché il mio non va più. L’hai rotto. L’ho rotto, sì, l’ho scaraventato per terra, volevo vederne i pezzi saltare per aria. E non era neanche la prima volta. No, infatti. Ma funzionava male, mi innervosiva. Ed era solo il telefono ad innervosirti? No, sono un po’ stressato. Era un crisi isterica, altro che stress. E sia, era una crisi isterica, stavo per spaccare tutto, come qualche anno fa. Bei tempi. Un cazzo, bei tempi. Non digerisco più nulla, come allora. Ma stavolta so che la colpa è soltanto mia, e non andrò per ospedali. Piuttosto corro, sudo, mi stravolgo di caldo e fatica, anche se è tardi. Anche se serve solo a rallentarmi il respiro, e ad attutire un po’ il frastuono dei pensieri. Pensieri, pensieri, pensieri. Gente, cose, futuro, possibilità. Sono costantemente preda di qualcos’altro. Non traccio nessuna rotta, davanti a me. Non scrivi più. Ma scrivere cosa. Cosa dovrei scrivere, a chi? A chi frega davvero qualcosa di ciò che scrivo? Io leggo per farmi trascinare da qualche parte, per imparare qualcosa, per poter essere una parola più di ieri. Leggo per imparare a scrivere, qualche volta, ma da sempre sono refrattario ai metodi, e non mi resta molto. Ma ciò che scrivo io a cosa serve, dove porta? Ciò che scrivo è una celebrazione del mio ego, un’autopsia dei miei sogni. Sembra che tu stia cercando conferme. Conferme? E chi riesce a farsene qualcosa delle conferme? Ho cercato conferme nelle parole e negli sguardi delle persone per tutta la vita, ho preso la mira nella nebbia delle suggestioni e dei condizionamenti, e non ho mai centrato un bersaglio. Sì, invece. Solo che il bersaglio reale non corrisponde al bersaglio immaginato. Ciò che ottieni non ricalca i tuoi sogni. I miei sogni? Quei mondi non mi appartengono più da anni, e mi stanno ugualmente appiccicati come sanguisughe. Scrivi sempre la stessa roba, con lo stesso stile. Ma quale stile. Perché fai questa cosa, perché scrivi questo? Per definirmi. Credo. Oppure per farti definire. Il che ci riporta al punto di partenza. Non lo so. Non ne posso più. Vorrei tornare indietro, amare ancora questo calore, tollerare tutte queste persone, essere fiero di farmi chiamare per nome, essere orgoglioso di farmi cercare. Lo sei stato mai? Non lo so, in realtà. Ma ho un ricordo vago di serenità, di consistenza. La dipendenza gioca questi scherzi. Hai voglia di comprare qualcosa? Hai voglia di bere? Sì. E allora ci sei dentro. Aggrappati a questa certezza. E’ già una buona definizione. Che mi seppellisce. Che ti appartiene. E’ ciò che sei sempre stato, prima ne prendi coscienza e prima puoi sperare di uscirne. Impossibilità, questo mi attende allo specchio. Ma ora ho sonno, mi si chiudono gli occhi, come stamattina in macchina. Ho avuto paura. Paura di morire? No, stranamente. Paura di farmi male, di sfasciare la macchina, di arrivare in ritardo, di giustificare l’accaduto. Potevi fermarti. Potevo fermarmi molto tempo fa. Ora non ci riesco più.

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