Si dice che le emozioni dell’infanzia siano uniche ed irripetibili. E che i fuochi delle passioni adolescenziali non brillino poi così lontano, e si spengano nell’età adulta per lasciare soltanto un acre odore di fumo. Di tutta quella cenere mi sono rimaste le macchie più tenaci: l’incapacità di smettere di sognare, il desiderio ossessivo di venire considerato e ricordato, un delirante e inopportuno perfezionismo mutuato da chissà quale fantasia autoritaria sepolta sotto il fango della realtà.
Non riesco a ricordare chi sia stata l’ultima persona a scuotermi. Non ricordo chi mi abbia mai preso per il collo e intimato di svegliarmi, di darmi da fare. Di non mollare. Quanto può pesare l’assenza di un ascendente diretto e consapevole nella definizione di una personalità? Adesso, questo, è un fatto. A volte vorrei non averlo capito.
Razionalmente, vergognosamente, scopro di non aver ricevuto forza e autorità per alimentare le mie passioni. Non capisco se la refrattarietà alle lusinghe sia una conseguenza di tutto questo, o sia un altro problema che si aggiunge al resto. Sarà per invidia, sarà per paura, sarà per compassione, ma raramente incontro persone che mi offrono conferme o smentite sul mio valore. Per questo il mio essere mi sembra troppo spesso un’illusione. E neppure sono libero dall’imbarazzo di dover ammettere, a me stesso prima che agli altri, che avrei avuto bisogno dei riflessi della mia persona, e che ancora non mi basto, e che fare da me non è quanto mi riesca meglio. Perché di mio riesco a far crescere solo i sogni e le ossessioni.