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Monthly Archives: luglio 2006
Bar Millestelle.
Quando ancora non ero in progetto e i miei genitori si parlavano poco, i miei nonni prima di separarsi misero in piedi una grande nave nel mare in tempesta della loro vita: per qualcuno una piccola cosa, per loro una impresa quasi impossibile visti gli enormi contrasti che vivevano nel loro rapporto destinato a finire dopo poco. Tutti avrebbero tenuto la testa fra le mani, o affrontato la crisi alle porte, loro aprirono un Bar. A Secondigliano. Gli dettero un nome che sa di ‘Studio Uno’, e di Mina, e di fine anni ’50, e di Cinecittà. Il nome era ‘Bar Millestelle’. Bello.
C’è chi dice che il padre di mia madre fosse incapace a gestire un esercizio commerciale, che avesse fatto debiti, che non fosse in grado di tirare avanti per la scarsa esperienza…io dico che quel Bar ha chiuso in fretta, portandosi dietro lo strascico delle serrande chiuse e delle cartacce, e il peso del passato lavato via di spugna per far posto a una boutique.
Ha chiuso, e non per mancanza di arte e capacità: per mancanza di calore, piuttosto. Per capirci di più basta farsi i conti di quello che era il mondo a cavallo tra gli anni 60 e 70, un posto strano in altalena tra il libero amore e il coprifuoco..come sempre c’era qualcuno che spingeva in avanti e qualcun altro che si difendeva dai cambiamenti. In mezzo c’erano i Bar.
I Bar erano le case pubbliche, i posti dove ci si trovava prima o dopo (Ligabue col suo ricordo ha fatto i soldi) e ci si incontrava sempre: molto diverso dal luogo di passaggio e passeggio che è oggi, cubicolo senza contatto, all’epoca il Bar era l’appendice di un paese, chiunque entrasse lì era come alla Dogana, veniva incontro a un mondo: logico aspettarsi di essere abbracciati o respinti, mai con freddezza, mai con impaccio. Nessuno è impacciato in casa sua. E invece loro lo erano eccome, non davano calore, non se ne scambiavano, e così tutto finì.
A volte mi capita ancora di fantasticare su come sarebbe potuta essere la vita dei miei nonni, e poi dei miei, se il Bar Millestelle avesse continuato la sua corsa impossibile: la mia anima si consola a valutare di come a volte si spengono tizzoni senza aria, e altri più grandi vengono fuori..
Alla vita basta poco per cambiare insegna.
S'apre la tenda. Da sola.
Montare una tenda non è difficile, ma è una di quelle cose che danno molti problemi ai novellini: uh, il picchetto. Ehpp, quel tirante.
Può essere un’esperienza esaltante ma trasformarsi anche in disastro se sei stanco o ti trovi in un posto non proprio ideale e non hai moltissima luce a disposizione per organizzarti. Magari poi c’e’ vento: la sto facendo proprio difficile, eh?
Qualcuno ha fatto in modo che non ci si debba più lamentare: Decathlon, la compagnia francese di prodotti sportivi ha segnato un goal decisivo producendo una Tenda che si monta da sola. Da oggi molte più persone potranno avvicinarsi senza problemi alla pratica del campeggio: è una tenda incredibilmente leggera e piccola, e quando si ripiega praticamente sparisce nel nulla tanto è maneggevole.
Premi un bottone, la lanci nell’aria, e lei si assembla completamente prima di toccare terra! Può ospitare due persone (magari in modo non proprio confortevolissimo), si richiude di nuovo in 15 secondi netti, pesa 3 chili e mezzo e…
Ah! Il prezzo. 49€ (63$) circa. Ho scordato qualcosa? Gas chiuso?
Ok, allora buon campeggio!
Chissà quando

E adesso viene fuori che sono frastornato da una rabbia che reprimo e nego a me stesso. Sai che novità. E che la reazione più visibile è questa (apparentemente) rara insensibilità a ciò che mi circonda. Passeggio a qualche metro di distanza, e nulla mi tocca tranne ciò che mi fa arrabbiare dentro, di cui però non ho coscienza diretta.
Vorrei scrivere, o meglio: vorrei aver scritto. Vorrei essere lucido e ben sveglio, almeno per qualche ora del giorno. Posseggo un libro sulla gestione della rabbia. Ora è dentro uno scatolone che per precauzione non ho chiuso e accasermato dai miei, durante i lavori in casa. Su un lato c’è l’etichetta ZEN e PSICO, che riduce il contenuto a qualcosa di non troppo autorevole. Ma non ho voglia di leggere quel libro. Ci ho già provato, qualche anno fa. Ci sono da fare degli esercizi, c’è da prendere appunti sulle proprie reazioni quotidiane, registrare i progressi. Ma per favore, ma quali progressi. Raggiungo a malapena una condizione di stasi emotiva, e più che di serenità dovrei parlare di anestesia. Sto cercando di eseguire troppi interventi per sopportare di rimanere cosciente.
Ho acquistato alcuni cd, di cui due usati, da amazon.fr. Meno di dieci euro, consegna in pochi giorni. Kemopetrol (quello del 2000), Philosopher Kings, Clayhill. I Philosopher sono in ritardo. L’ultimo dei Clayhill è arrivato venerdì, in Italia non verrà nemmeno distribuito. Chissà quando potrò dedicargli sufficiente concentrazione. E’ un piacere sentire la sua voce. Non sapevo nulla del nuovo disco. Mi è bastata una sua vecchia canzone, lo scorso venerdì, per diventare consapevole della mia strada, per scoprirmi sereno. Poche ore, ma sufficienti per sentire che ne vale la pena.
Chissà quando accorderò a chissà chi la chissà quale concentrazione. Dove è nascosta questa rabbia? La sento nelle gambe, talvolta. Sento un impulso strano, elettrico, che mi chiede di scattare, di correre. Ma per andare dove? Io non vado da nessuna parte, io sto andando e basta. Altre volte lo sento negli avambracci. Una tensione che mi obbliga a stringere i pugni. Ma da dove parte, questo impulso elettrico? In quale stanza è nascosto? L’anima è irrequieta nel mio regno. Sì, tendenzialmente accumulo. Quando giunge il momento di fare i conti con le cause, le uniche che ancora riconosco sono soltanto le gocce che hanno fatto tracimare la diga. Tutto il resto si mescola in un fango impenetrabile di tensione e ansia. Ansia senza nome. Senza nomi. Qui c’è bisogno di un colpevole, e il più a portata di mano sono io. Mi accomodo. Grazie. Prego, è sempre un piacere. E’ come sapere di poter fare la stessa strada, di poter ordinare lo stesso piatto. Il solito, Lloyd.
Plastica dalla frutta.
Succo di mela
e mais invece del petrolio, come materiali grezzi da cui ricavare
plastica e anche prodotti farmaceutici. Sono queste le possibili
applicazioni di un nuovo processo chimico messo a punto da
ricercatori dell’Università del Wisconsin di Madison
coordinati da James
Dumesic. Il
procedimento consente di convertire il fruttosio, cioè lo
zucchero contenuto nella frutta, il miele e lo sciroppo di mais
(usato spesso come dolcificante industriale) in un componente
plastico, chiamato HMF,
che a sua volta è uno dei componenti fondamentali del
poliestere. Ancora, l’HMF potrebbe servire come componente per il
diesel.
L’HMF si
forma dalla decomposizione dello zucchero a opera del calore: è
contenuto in molti cibi che vengono prodotti sottoponendoli a calore,
come i succhi di frutta, il latte e il miele. Si ritiene (ma non si è
sicuri) che a piccole dosi sia innocuo. Per ottenere il composto
però, non basta scaldare lo zucchero. Sono necessari
catalizzatori e solventi organici. Il team americano è
riuscito a usare un modo più conveniente a partire da un acido
specifico, l’acido idroclorico o da una resina acida solida. In un
articolo pubblicato su “Science” (vol. 312 n. 5782), i
ricercatori spiegano che usando uno di questi due componenti è
stato possibile trasformare quattro quinti di fruttosio in HMF. Il
problema chiave da risolvere è stato estrarre l’HMF dall’acqua
nella quale si attua la reazione. La soluzione è stata trovata
mettendo uno strato di solvente oleoso al di sopra della soluzione
zuccherina.
Nel momento
in cui il fruttosio si scompone nell’HMF, quest’ultimo passa
dall’acqua all’olio. E l’olio aiuta a raccoglierlo e a purificarlo,
evitando che si scomponga a sua volta nell’acqua. All’olio e
all’acqua vengono aggiunti degli additivi che aiutano a decomporre
meglio l’HMF: l’estrazione avviene attraverso un processo di
evaporazione.
L’applicazione
commerciale è però ancora lontana: bisogna riuscire a
convertire meglio lo zucchero in HMF e trovare un modo di produzione
più semplice, perché l’idea possa sfondare a livello
industriale.
(fonte: sissa)
L'Oroscopo speciale.
Sei una rivistiiina belliiina…frush frush, con tutti questi articolini inutili, talmente insignificanti che li leggi e si sono già vaporizzati: forse non riescono neanche a percorrere il nervo ottico e arrivare al cervello.
Intanto però il tempo va più veloce e porta il tuo turno alla posta, o l’ora di cena, o la fermata del tram alla quale scenderai. Voglio guardare il mondo dallo stesso punto di vista di “DIPIU”, il settimanale pieno di gnagna e ricette che ho beccato dal barbiere (come cambiano le rozze letture): è sorprendente ancor più del ‘FOX UOMO’ che l’anno scorso mi dette dipendenza.
Insomma,provo. Quanto? Barba e capelli 11. Grazie, arrivederci. Mi precipito fuori lasciando che il mio disincanto faccia posto alla divertita meraviglia di un novello Sandro Meyer. Attraverso la strada, notando la scarsa eleganza del conducente (51) di auto modello GROSSA che, insensibile alle tematiche metrosexual e alla crema maschile antirughe, per poco non mi stira con 4 ruote motrici.
Mi passano accanto due ragazze (21 e 22)…la prima è Bionda, ascendente Chiatta: scarsa fortuna negli accoppiamenti, problemi di salute, attenti al cane. La seconda è Riccia, ascendente piccola: da martedì Venere in trigono con la minigonna promette noie con la buoncostume.
Ehi! Funziona! Riesco a vedere le cose come Paolo Fox! Mi gaso. Salgo in macchina, Clio ascendente Milleddue, m’aggiusto il retrovisore e mi guardo, (30) bello e chic col capello fresco-fatto: vanitoso, ascendente stronzo illuso, perdete ogni speranza.
Lungo il tragitto urbano sfilano: divetta Hip-Hop (15) che presenta il suo nuovo album..di figurine..all’amichetta power-pepper (14), entrambe Brunette ascendente Gioventù Bratz.
Segue una Bruna ascendente Trappana (26), modella di occhiali da sole, pare indossarne due insieme. Anzi è un casco. Rettifico, è un solo paio ma sembra uno sportello postale. Tempi Moderni.
Distratto poi m’imbatto in un ( 18 ) Coatto tronista precario, ascendente Smanicato: ‘vedi figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo, ma tutto questo cosa?’
Infine, il pezzo forte. Purpo (24) ascendente Cesso Scassato. La trama: Purpo scende dalla sua auto modello ROSSA ricoperta di topi peluches appesi, si volge a un abusivo ambulante (Vince Vaughn, 36) chiedendo “celavete lultimo albumm digiggi dalessio??”.
Che domande, Dude..siamo alla Rotonda di Qualiano, mica Las Vegas..è chiaro che qui un ambulante possiede non già l’ultimo lavoro di quel cantante spurio & kanciarro, ma anche il penultimo, e su su fino al primo. Probabilmente con un bigliettone di stramacchio ti tirerà fuori anche un bootleg con i suoi primi, inediti, abominevoli vagiti. Punto.
Mi volto a guardare la strada, dò un colpo di pedale prima che Fabri Fibra (26) residente ormai nel mio stereo, si accorga della scena e mi sputi in faccia: ridi, ridi.
Tanto prima o poi finirà anche lui sul DIPIU. Sul Panorama l’ho già visto.
E il Panorama non l’è un gran bel giurnal.
Il 1° giorno di scuola.

Ho sempre odiato gli ultimi giorni di scuola:col mio entusiasmo da ipercinetico esuberante li prendevo in velocità,scartando di lato i discorsi dei compagni, i sorrisi degli insegnanti e il pensiero che passava a ripetere a tutti “quel che è fatto,è fatto”.
La 1° ora passava ad assorbire il sonno e l’impatto, le altre andavano rapidamente in vacca, il caldo dell’estate prossima ad arrivare faceva il resto: così al suono della campanella correvo fuori come tutti, facevo le scale a due per volta, poi salutavo in fretta gli altri e tornavo a casa a piedi, bevendo lungo la strada le bouganvilles in fiore e le guaches azzurro-oro dell’ora di pranzo, diciamo Giugno 92.
Il giorno dopo, la beffa.
Distratto com’ero non mi ero accorto che poi i compagni di scuola, e la scuola stessa, e la mia vita fino al giorno prima..tutto scivolava dalla realtà al tempo passato, come un oggetto finito dietro chissà quale mobile: tutto era andato e io lo avevo lasciato scivolare senza afferrarlo…neanche una foto,per dire. Al mattino dopo, niente più scuola: niente appello, niente scarabocchi sul diario, nè porte e palline di carta occultate sotto un banco. Niente più Dante. Niente di niente, bianco.
Allora mi prendeva un magone sottile sottile, cresceva e andava via soltanto il giorno della partenza per Cirella e le vacanze: aprivo la porta di quella casa ‘lontana’ e la trovavo più mia di quella invernale. Bastava una decina di giorni e mi sembrava di essermi sognato tutto, e di aver sempre vissuto lì.
Ora non ho posti dove tornare per convincermi che la fine di tutto è solamente un sogno, e dentro ho sempre quel magone dell’ultimo giorno di scuola, quella maledetta intima sensazione che tutto sta scivolando via senza che io riesca a tenere insieme i pezzi. La Magìa è finita, e ho capito di non essere un ciclista fortissimo che può dare vantaggi agli avversari, e riprenderli quando gli pare con qualche pedalata in più: non posso mettere da parte le cose e pensare che m’aspettino,ora sono Maglia Nera e devo rincorrere per non finire ultimo. Anzi, ultimo e solo và, che fa anche più effetto.
Forse la Magìa è finita, ma altrove, quando s’è rotto il giocattolo, nell’aria come il profumo di una bottiglia finita in frantumi..magari si è invertita la polarità e non è più negli ultimi giorni di scuola, ma nei primi….per ritrovarla andrò in cerca di altre case lontane da questa, che mi aspettano chissà da quanto: poi certo passerà un pò di tempo, come in tutte le storie d’amore, di vento e di memoria.
E un giorno mi sembrerà di essere sempre vissuto lì.
Calidarium.

E’ una strana emozione quella di ritrovare il caro vecchio smog napoletano che ammazza i polmoni, quasi come riaprire una casa al mare sepolta da un paio d’anni sotto gli impegni invernali di una coppietta di rampanti & sposati quel tanto che basta per mettere da parte il mesetto di ferie.
La mia angoscia allergica non sa come vestirsi per l’occasione; si cambia in continuazione, non trova pace, alla fine resta prigioniera di un dubbio corrosivo: ‘oggi faccio l’asma o l’enfisema’?
La mia angoscia allergica non sa come vestirsi per l’occasione; si
cambia in continuazione, non trova pace, alla fine resta prigioniera di
un dubbio corrosivo: ‘oggi faccio l’asma o l’enfisema’?
Mentre aspetto che si decida (benedette ansie, quanto ti fanno aspettare prima di farsi belle) cerco un parcheggio in Via Marina. Con 38° all’ombra, occhio e croce. Alle due del pomeriggio. Com’era quella storia dell’ago e del cammello? C’e’ più casino che se buttassero soldi dalle finestre, e fa talmente caldo che il lavavetri si strizza il panno di daino in fronte dopo averlo inzuppato nello stesso secchio che usa per pulire i parabrezza.
Qualcuno deve averci ficcati tutti in una specie di forno chiudendo la porticina: chissà se è rimasto a guardare o ha impostato il timer per la cottura. Magari siamo già bruciati e non s’e’ accorto di nulla.
Una ragazza si tormenta le trecce alla fermata del Filobus: muove le gambe dondolandosi prima sulla destra, poi sulla sinistra, sembra un pendolino radiestesico, non riesce a star ferma e mi vien voglia di chiederle i danni per quanto mi fa sudare soltanto a guardarla. Allora attacco l’aria condizionata con il ricircolo. Toh, livello 5. In faccia, mi voglio fare del male: la mia sinusite ringrazia con un elegantissimo inchino dal sapore spagnolo (tra 3 settimane andrò in Spagna, starà preparandosi alla trasferta anche lei).
Insomma, smetto di scrivere queste sensazioni sulla mia Moleskine per la contemporanea sopravvenienza di due circostanze: la prima è che ho trovato parcheggio, e diciamola tutta: se Hemingway avesse avuto problemi di viabilità non avrebbe scritto ‘Il vecchio e il Mare’, al massimo ‘Il vecchio e il molosiglio’, per cui ho già scritto abbastanza.
La Seconda è che si è sciolta la penna (ed è la seconda volta che mi capita)…ma come ME lo devo dire ancora, che c’ho caldo? E cavolo, ancora non l’ho capito?



