La rincorsa

Da ragazzino alla Scuola Media G.Verga di Capodimonte ho vissuto una bella metamorfosi: ad un certo punto ho smesso di giocare male e ho cominciato a giocare bene.

In prima media ero lì a comprare i calzettoni bianchi, la maglietta e i pantaloncini per correre nei Giochi della Gioventù: le ho provate tutte, mini-maratona, cento metri piani e salto in lungo.

Cioè. IO.

Tutti gli spazi sportivi erano puliti e asfaltati: la parte del salto in lungo era quella che mi piaceva di più, perchè mi ricordava la sabbia della spiaggia, e non mi dispiaceva correre e saltarci dentro. Il difficile? Riuscire a saltare prima della linea, questa è una cosa che non ho mai capito.

Dico, perchè non si poteva saltare direttamente dal bordo del salto in lungo, e bisognava farlo ‘da prima’ ? Un salto non è soltanto una rincorsa: è , deve essere anche una spinta.

Filosoficamente contro, io e le regole del salto in lungo.

Poi un giorno, ancora mezzo insabbiato (che sarei rimasto lì in un revival con secchiello e formine se le avessi avute), gli amici mi hanno chiamato perchè uno di loro si era mezzo ‘scommato’ di sangue: occorreva un sostituto, fosse anche il più scarso, fosse anche Riccio che non aveva mai giocato e non ci capiva un cazzo.

E Riccio cominciò a giocare.

Un disastro, fuori tempo, senza forze, preso in mezzo come ad un branco di bestie feroci.

Poi, piano piano, le cose si fecero più chiare: il Prof di Educazione Fisica cominciò a farci provare i tiri in porta anzichè le partite. Lì andavo molto meglio, non avevo compagni che trovavano facile darmi addosso per ogni errore.

Dalla seconda media giocavo tranquillo.

In terza media ero richiesto.

Ai tempi del liceo già facevo scuola calcio nell’Arci Scampia, che vennero a sbirciare anche gli osservatori di Sampdoria ed Atalanta, al Riccio e ad altri 2.

Morale della favola?

A volte conta anche soltanto la rincorsa senza spinta delle gambe, se il cuore ti pompa.

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